Per i turisti l’isola greca di Lesvos è un piacevole rifugio per le vacanze estive, mentre per migliaia di richiedenti asilo provenienti da Africa e Medio Oriente, il luogo di nascita della poetessa Saffo è un approdo da incubo nel loro viaggio verso il nord Europa.

Ogni giorno dalle coste della Turchia partono gommoni con a bordo centinaia di persone, dall’inizio del 2015 sono arrivati quasi un milione di richiedenti asilo sull’isola in questo modo. Una tratta di 20-30 km di mare che per i trafficanti vale un giro di affari da milioni di dollari a settimana: le tariffe sono di 1000$ per ogni adulto e 500$ per i bambini. Alcuni uomini dalle spiagge seguono con lo sguardo l’arrivo dei migranti. Recuperano taniche di benzina e motori per poi distruggere i gommoni a coltellate. Le cartoline dall’isola mostrano da un lato i turisti che si godono le vacanze in barca o stesi al sole al fianco dei salvagenti abbandonati, dall’altro i richiedenti asilo che alloggiano in campi profughi di fortuna: senza acqua, cibo, bagni, né un luogo in cui dormire. Costretti a vivere in condizioni disumane per giorni, aspettando l’identificazione da parte delle autorità greche per poi continuare il loro viaggio tra le insidie dei Balcani.

Una delle mete di transito dei rifugiati che attraversano la Grecia per chiedere asilo in altre nazioni dell’UE è Salonicco. Prima della partenza sono costretti a dormire in strada o negli ostelli, alcuni nell’emblematico Hotel Europa.

La maggior parte è in possesso di un documento valido 6 mesi e alla scadenza diventano “illegali”. Sono quindi costretti a trovare una via di uscita, finendo nelle mani dei trafficanti. Non possono usare mezzi pubblici o taxi, così in centinaia ogni giorno camminano verso la regione di Kilkis, per arrivare a Evzoni, percorrendo più di 50 chilometri a piedi, seguendo la strada principale o le rotaie del treno per non perdersi. Poi la rotta continua verso la Repubblica di Macedonia del Nord, dove molti sono morti investiti dai treni o in altre circostanze: secondo i racconti dei rifugiati, alcuni sarebbero scomparsi per mano della mafia. Almeno 10 persone a settimana finiscono nell’ospedale di Polykastro e Kilkis, sul lato greco, e molti non vi si recano per paura della polizia. I richiedenti asilo ormai sanno a cosa vanno incontro e cercano di organizzarsi con pugnali e mazze di legno per sentirsi più sicuri. Secondo le testimonianze di molti siriani salvati da Medici senza Frontiere dopo l’ennesima aggressione subita ad opera di circa 120 persone, per lo più afgani, iraniani e pachistani al soldo della mafia locale, la polizia macedone presente sul luogo non è intervenuta per soccorrerli e per fermare i responsabili. Questo è il prezzo da pagare per i migranti in fuga dalle guerre. Senza un corridoio umanitario, le rotte dell’immigrazione nei Balcani, così come nel Mediterraneo, rimangono un terreno fertile per la criminalità organizzata e il traffico di esseri umani.

Molti gridano a “Europa Europa!” ma il sogno europeo è già svanito per la maggior parte di loro. E l’incubo quotidiano in cui sono costretti a vivere è divenuta la loro realtà.

In seguito alle continue morti di immigranti uccisi mentre camminavano lungo i binari della ferrovia sulla strada per Skopje e, dopo una serie di attacchi da parte della criminalità organizzata e dei trafficanti, è stata approvata una nuova legge dal governo della Repubblica di Macedonia del Nord. Teoricamente dovrebbe consentire ai richiedenti asilo di ricevere un visto di transito di 72 ore, per poter attraversare il paese e proseguire il viaggio verso la Repubblica di Serbia, attraverso una semplice richiesta alla dogana o alle stazioni di polizia. Tuttavia, in realtà, il governo macedone ha schierato poliziotti e soldati al confine attorno alla zona cuscinetto situata tra Idomeni e Gevgelija, per impedire ai rifugiati di entrare legalmente nel paese. Molti di loro arrivano al confine attraverso i binari della ferrovia, feriti da colpi d’arma da fuoco e portati sulle spalle dai loro amici o su una sedia a rotelle, insieme a persone anziane, bambini e donne incinte, che aspettano da giorni l'apertura del confine. L'unica via percorribile è l’oscuro sentiero attraverso le foreste, dove le famiglie disperate devono affrontare l'ennesima prova di forza. Solo allora, una volta entrati nel paese, i richiedenti asilo possono ricevere il tanto atteso permesso di transito. Poi la loro odissea ricomincia, da Gevgelija a Skopje, e ancora da Kumanovo e Lojane, dove sperano di raggiungere la Repubblica di Serbia mentre la gente guarda questi gruppi di persone come se fossero alieni.

EUROPE EUROPE! (2015)