All’inizio della rivoluzione in Siria, nel 2011, Mohamad aveva solo 17 anni.

Mentre tanti ragazzi decidevano di imbracciare un fucile, lui, mettendosi al collo una macchina fotografica, aveva iniziato a seguire suo cugino, un attivista nella rivolta contro il Presidente Bashar al-Assad. Nel gennaio del 2013 il cugino di Mohamad è stato ucciso da un cecchino mentre lavorava come reporter in Siria. Fu allora che Mohamad decise di lasciare la sua famiglia per provare ad arrivare in Europa. Questo suo desiderio di diventare un reporter mi ha fatto avvicinare a lui, così ho deciso di raccontare la sua storia. Ha con sé le immagini della sua nazione martoriata e l'orrore vissuto impresso negli occhi, ancora pieni di speranze. Dopo aver passato un anno nel campo profughi di Harmanli, in Bulgaria, Mohamad ha intrapreso un viaggio pagando un trafficante di esseri umani che gli ha mostrato la strada per attraversare i confini. Poi ha preso un treno e finalmente ha raggiunto il cugino Hani a Warstein.

Molti gridano a “Europa Europa!” ma il sogno europeo è già svanito per la maggior parte di loro.

E l’incubo quotidiano in cui sono costretti a vivere è divenuta la loro realtà. L’orrore della guerra non è l’unica ferita aperta. Il viaggio stesso per arrivare in Europa lascia cicatrici indelebili nella memoria dei richiedenti asilo. Prima di riuscirci, Mohamad e alcuni dei suoi amici sono fuggiti e hanno provato a viaggiare illegalmente attraverso Grecia e Macedonia, ma sono stati arrestati e rispediti in Bulgaria. Non essendo con Mohamad quella volta, ho deciso di seguire le sue impronte per capire cosa lui possa aver vissuto lì.

«Qui è bellissimo, ma mi ricorda troppo quella foresta tra Romania e Ungheria. Ti giuro -dice Mohamad-. Non posso pensarci, è stato un incubo».

Una tranquilla passeggiata nel parco naturale della Foresta di Arnsberg, in Renania Settentrionale-Vestfalia, riporta alla luce i suoi ricordi. La famiglia in Siria, la fuga, due anni di tentativi falliti per arrivare nel cuore dell’Europa. Gli appuntamenti con i trafficanti, i soldi gettati al vento. Alla fine però ce l’ha fatta, Mohamad è in Germania dal 31 dicembre del 2014. Dopo di lui, nel corso del 2015, sono arrivati oltre un milione di richiedenti asilo in Germania. Più di un anno di attesa, poi ha ricevuto la residenza, per 3 anni e con protezione umanitaria. Mohamad e Hani sono due cugini siriani riunitisi in Germania. Hanno iniziato insieme il loro viaggio e insieme si stanno integrando nella società tedesca: dopo aver vissuto in un campo profughi, gli è stato assegnato un piccolo appartamento e ricevono un sussidio di circa 400 euro al mese ciascuno, con cui possono provvedere a se stessi. Hanno sostenuto un test d'ingresso e si sono iscritti in un’importante accademia dove studiano la lingua tedesca, con l’intenzione di proseguire gli studi all’università. Ma non è facile per loro vivere in Germania con l’etichetta del rifugiato. «Una ragazza mi ha chiesto: “Ma ce l’avete la Luna in Siria?” -afferma Mohamad incredulo-. Tutto ciò è assurdo, la Siria rappresenta la culla della civiltà, non si rendono conto che prima della guerra noi avevamo tutto. Quando sono fuggito dalla Siria non sapevo neanche il significato della parola “rifugiato”. Poi l’ho capito -afferma Mohamad- . Ho capito che a un certo punto la tua vita dipende da un foglio di carta, che diventa il traguardo da raggiungere per ricominciare a vivere».

Adattarsi culturalmente alla vita in Germania è un processo lento, una mediazione tra le loro abitudini e la conservazione della propria identità.

Si sono fatti degli amici tedeschi per passare una serata insieme, andando a ballare a Rüthen o Colonia, oltre ad avere il proprio barbiere curdo-siriano di fiducia a Soest. Giocano a ping pong nella squadra cittadina di Warstein e vanno a pregare nella moschea di Meschede. Dormono con il cellulare tra le lenzuola e sono dipendenti dagli smartphones proprio come i loro coetanei europei, ma con il pensiero sempre rivolto verso casa, in Siria, da dove purtroppo continuano ad arrivare brutte notizie: il fratello di Hani è stato ucciso in un bombardamento dalle forze governative di Bashar Al-Assad il 17 dicembre 2015, e la stessa sorte è toccata anche al fratello di Mohamad, Alaa. È stato ucciso durante una battaglia a Daraa il 23 febbraio 2017. Elaborare il dolore lontano dalla famiglia è quasi impossibile per loro. Mohamad ha preso a pugni una porta, Hani si è sentito male e da allora continua ad avere incubi tutte le notti. Entrambi hanno trovato le foto dei cadaveri dei loro fratelli sui social network. «Sono qui, ma a volte è come se non ci fossi -racconta Hani-. Non so spiegartelo, non sono neanche potuto andare al suo funerale». Sempre uniti, Mohamad e Hani, stanno provando ad andare avanti. Il loro futuro adesso è in Germania, eppure Daraa, il nome della loro città, dove è nata la rivoluzione siriana, lo scrivono anche sulla neve. Se domani finisse il conflitto, prima che quella neve possa sciogliersi, sarebbero già tornati a casa. Dove anche loro hanno una luna che li aspetta.

SOULS OF SYRIANS (2013-2017)