Negli ultimi due anni, un intervento massiccio sull’immigrazione ha cambiato radicalmente le regole sull’accoglienza dei richiedenti asilo, quelle sui salvataggi in mare, la cittadinanza e l’asilo in Italia.

I migranti sono stati deprivati della protezione umanitaria e molti centri di accoglienza sono stati chiusi, lasciando a migliaia di persone con regolare permesso di soggiorno, nessun altra scelta che trovare soluzioni di fortuna e vivere in strada. Con l’emergenza legata alla diffusione del coronavirus, l’Italia ha iniziato a vivere il suo incubo peggiore dal secondo dopoguerra. Tantissime libertà personali sono state limitate per salvaguardare la salute del paese e molte persone non sono riuscite a capire perché migranti e senzatetto fossero sempre in giro, mentre i cittadini erano costretti a rimanere in casa. Nella città di Roma, dove vivono circa 8000 senza fissa dimora, i più vulnerabili sono particolarmente esposti al pericolo del contagio. Le istituzioni non stanno facendo molto per aiutare questa fascia svantaggiata della popolazione. Soltanto gli enti di beneficienza, le ONG e alcune associazioni si dedicano a loro, dando informazioni sul virus Covid-19 e l’importanza del distanziamento sociale, fornendo mascherine, gel sanitari, autocertificazioni, cibo e coperte. Le persone che ho incontrato finora e che sono i protagonisti del progetto a cui sto lavorando grazie al supporto del National Geographic Society’s Emergency Fund for Journalists, sono arrivate in Italia dopo lunghi viaggi, fuggendo da zone di guerra e paesi difficili. La maggior parte di loro si trova ad affrontare la pandemia globale in mezzo al crescente sentimento anti-immigrazione. Molti italiani che erano già a rischio povertà prima dell’inizio della pandemia, si sono ritrovati senza alternative se non finire a vivere in strada, incrementando anche il numero dei senzatetto italiani. Secondo una prima rilevazione condotta su 70 Caritas diocesane in tutta Italia, il numero delle persone che si rivolgono ai centri di ascolto e ai servizi delle Caritas sono aumentati in media del +114% rispetto al periodo di pre-emergenza coronavirus. Di questi tempi le differenze sociali contano ancora di più e vengono addirittura amplificate. Alcune persone hanno ottenuto l'autonomia abitativa attraverso l'inserimento lavorativo, ma sono una minoranza. Se non viene fornito un alloggio alternativo ogni volta che le forze dell’ordine effettuano sgomberi di rifugi e insediamenti improvvisati, richiedenti asilo e migranti finiranno sempre per ritrovarsi in situazioni di pericolo per la loro salute e per la loro stessa vita. Dopo la chiusura del centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto, la 24enne rifugiata somala Mouna Alì non aveva un posto dove andare ed è stata ospitata presso l'abitazione di una cittadina italiana per 6 mesi. Poi ha trovato un impiego e ora vive e lavora come badante con una donna disabile nel centro di Roma. Mouna studia e lavora allo stesso tempo e spera di ottenere un permesso di soggiorno permanente, per iniziare una carriera di video-maker e interprete. Come lei, migliaia di persone sono in attesa di regolarizzare i loro documenti per poter iniziare a vivere una vita normale. La battaglia locale per i diritti civili condotta dalla comunità dei migranti insieme a varie associazioni e sindacati, sottolinea la necessità di superare il trattamento della migrazione come una costante emergenza che produce disuguaglianze e sofferenze. Nell'ottobre 2020 il governo italiano ha finalmente rivisto il “decreto sicurezza”, ammorbidendo le politiche anti-immigrazione e compiendo qualche progresso verso il rispetto dei diritti umani con la reintroduzione della “protezione umanitaria” per i richiedenti asilo, ma resta ancora tanto da fare. Molte persone hanno provato sulla loro pelle il lato vergognoso del “benvenuti in Italia”: un altro modo di morire per Covid, un poco alla volta, dimenticati per strada o in mare. Siamo tutti nella stessa tempesta, ma non sulla stessa barca.

NON SULLA STESSA BARCA (2020)